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LUCCA, VERSO UNA CITTA’ DI BAR E DI GAZEBO?
In riferimento alle sintesi, apparse sulla Stampa, della bozza del Regolamento sugli spazi commerciali su suolo pubblico (in attesa che la bozza stessa sia resa nota nella sua interezza già nella fase di discussione con tutta la città e non con i soli operatori) desideriamo intervenire precisando alcuni aspetti che, a nostro modo di vedere, sono indispensabili per una regolamentazione della materia, al contempo funzionale alla vita cittadina e al fruitore turistico e rispettosa del nostro patrimonio storico-artistico. Alcune delle osservazioni che seguono sono analoghe a quelle da noi presentate nel gennaio 1998 e nel giugno 2001, prima della definitiva approvazione del Regolamento attualmente vigente, ma che purtroppo non furono accolte se non in minima parte.
1. Un regolamento che si pone il fine di migliorare l’immagine della città e di valorizzare l’ambiente storico deve assumere, alla scala urbana, il valore e le caratteristiche dei vari ambiti come punto di partenza per qualsiasi normativa particolare che, successivamente, può essere stilata alla scala degli oggetti. Il punto fondamentale da cui deve partire il nuovo Regolamento è quindi una mappa del centro storico ove, a priori e a monte di qualsiasi richiesta, si individuino le aree nelle quali (per il contesto monumentale e per la sua percezione diretta e prospettica, per motivi funzionali, igienici, dimensionali e di fruibilità pubblica) non è possibile alcuna installazione commerciale su suolo pubblico, nemmeno stagionale. Questo punto di partenza è indispensabile.
2. Lasciare solo a indicazioni generiche e alla discrezionalità degli Uffici (come di fatto è successo con il regolamento vigente) le specifiche valutazioni rispetto alle singole richieste degli operatori si è dimostrato da un lato fallimentare e alla fine risulta essere anche ingiusto perché non è in grado di garantire nemmeno parità di trattamento nei confronti degli investitori a cui deve essere data, prima della scelta dell’investimento, la certezza su cosa può essere fatto e come deve essere fatto.
3. Un Regolamento che interessa l’uso e l’aspetto dello spazio pubblico del centro storico non può essere elaborato senza il diretto coinvolgimento e l’assenso della Soprintendenza cui spetta l’ultima parola su di esso, in quanto tutto lo spazio pubblico del centro storico è sottoposto a vincolo diretto quale Bene Culturale ai sensi degli artt. 10 e 12 PARTE SECONDA del vigente Codice dei BB. CC. e PP. (Decr. Lgs. 42/2004 e successive modifiche e integrazioni). Ad oggi sembra che questo coinvolgimento diretto della Soprintendenza non ci sia stato.
4. Essenziale comunque per un buon funzionamento della nuova regolamentazione degli spazi commerciali all’aperto è la chiarezza sulla durata inderogabile delle concessioni del suolo pubblico che non deve superare quella dei dodici mesi. Le singole concessioni devono poter essere non rinnovate in caso di mancato rispetto delle norme regolamentari o in caso di esigenze di funzionalità urbana.
5. Se gli spazi monumentali (tutti) devono essere salvaguardati di per sé stessi da ogni tipo di immissione, altrettanta rigida tutela deve essere riservata a quei “cannocchiali” prospettici che garantiscono la percezione dinamica, in sequenza, di quegli spazi. Ad esempio ci preme citare: A) la valenza del lento scoprirsi del rapporto (spaziale, cromatico, materico) tra piazza S. Giovanni, chiesa di S. Giovanni, piazza S. Martino e Duomo, oggi inficiata da ombrelloni ed espositori; B) il valore dell’ottocentesco grande asse prospettico ascendente che, partendo da S. Michele, tramite Via Vittorio Veneto, collega Palazzo Ducale al piazzale e Caffè delle Mura, anch’esso brutalmente interrotto dal diaframma di invadenti sedute; C) il percorso prezioso di via Cesare Battisti con le eccezionali quinte barocche delle facciate monumentali dei palazzi che vi si affacciano (Lucchesini, Andriani, Minutoli, Orsucci, Tucci, Santini), oggi quasi non più percepibile per le sedute all’aperto, per il traffico e per la rinfusa sosta dei veicoli. Stanno proprio in queste sequenze e in questo rapporto tra vuoti e tessuto edilizio il valore e il fascino della nostra città, più che nel singolo monumento. Lo sappiamo tutti! Non è certo una nostra scoperta!
6. L’inserimento di un nuovo capitolo regolamentare sui gazebo, che l’Amministrazione è intenzionata ad ammettere, non solo rende ancora più indispensabile la preventiva analisi urbana generale della loro incompatibilità, eseguita con criteri assai più restrittivi rispetto a tutte le altre sedute all’aperto, ma si dimostra scelta pericolosissima per una degna fruizione urbana. La tipologia del gazebo chiuso e di fatto “perenne” è da rigettare. Italia Nostra è nettamente contraria all’ammissione di questa tipologia all’interno del centro storico per i seguenti motivi:
· perché incompatibile con il valore dei connotati formali e con la struttura, l’articolazione e le dimensioni degli spazi della città storica;
· perché verso questa tipologia (che costituisce una moltiplicazione dello spazio commerciale, stabile e sempre disponibile) saranno spinte ad orientarsi le scelte degli operatori, con una pressione che l’Amministrazione non sarà in grado di governare (così come non è stata in grado di governare nemmeno le ordinarie sedute all’aperto);
· perché (come è già successo e sta succedendo) favorirà ulteriormente la nascita di punti di ristoro quasi o del tutto privi di spazio interno e che affidano le proprie sorti economiche solo ed esclusivamente all’utilizzo delle strutture esterne che risulteranno vitali per questi operatori e proprio per questo inamovibili nel tempo;
· perché queste strutture, costituendo investimenti di una certa consistenza, non potranno essere basate che su concessioni pluriennali di suolo pubblico, comportando pesanti servitù;
· perché l’annunciata norma che pure prescriverebbe la permanenza continuativa di queste strutture per un periodo non superiore ai 10 mesi all’anno è da considerare puramente velleitaria, teorica, inapplicabile, contraddittoria e alla fine anche ingiusta nei confronti degli operatori;
· perché questa iniziativa rientra nell’ottica dello sfruttamento parossistico e della mercificazione di tutto lo spazio urbano: non ci si accontenta più dello sfruttamento delle volumetrie esistenti, ma anche i vuoti urbani passano dal ruolo di spazi comuni e di interconnessione, aventi un valore in sé, ad aree privatizzate che si vogliono trasformare in indifferenziati contenitori di nuove volumetrie.
7. Il turismo per Lucca è una grande risorsa economica cui nessuno vuole assolutamente rinunciare. E’ proprio per questo che non si deve cedere alle lusinghe dello sfruttamento intensivo di questa risorsa perché ne rimarremo sopraffatti e la porteremo ad esaurimento. Bisogna invece conservare nel tempo ciò che finora ne ha costituito l’attrattiva: il fascino intatto dell’articolazione del suo tessuto storico continuo, il suo essere ancora (per quanto?) città abitata e vissuta e non ancora (per quanto?) una disneyland del consumo, variegata nelle funzioni residenziale, direzionale, commerciale e culturale. Valorizzare turisticamente la città storica coincide completamente e totalmente con l’idonea conservazione del suo patrimonio culturale e della sua multi-funzionalità urbana.
8. Per questo è urgente porre limiti alla deriva in atto che parte dall’acritica appropriazione commerciale degli spazi pubblici, ma che investe anche altri importantissimi aspetti, quali la lievitazione dei prezzi strozzaturisti e ormai vietati ai residenti, la trasparenza nelle offerte, a cominciare da quella superdiffusa dei cibi precotti (altro che tradizioni e kebab!), l’adeguamento degli orari di apertura delle mete turistiche ecc. ecc…
Lucca, 18.07.08
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